TESTIMONIANZE

Luglio 1997

Se per le strade del mondo hai perso l'amore e la speranza trovare una mano amica, un fratello, un padre, una madre, una compagna che sollevi con il suo amore le tempeste della tua anima ed asciughi le tue lacrime, ...dirigi la tua nave alla deriva, verso il Lago (si riferisce al Lago di Monte Colombo - Rn), ...guarda le sue acque profonde, medita per un attimo con Fede ancora più profonda delle sue acque e quando avrai trovato la calma, volta lo sguardo e dietro di te, ci saranno ad aspettarti il fratello perso, i tuoi genitori, la tua fidanzata, la Fede persa e la strada raggiante che tanto cercasti nella tua scura , tormentosa e confusa, lunga notte di ieri.
Ah!, E mi dimenticavo di dirti, che lì c'è l'arte e la musica paradisiaca dei grandi maestri, che si odono tra il sussurro che agita le foglie degli alberi e ancora di più, c'è la pace che GESÙ dà a chi la cerca arduamente, con la fede che nasce del cuore. Il tempo passerà e tu stesso dirai, ... che mi è successo?, che magia ha bagnato il mio corpo, il mio cervello, la mia anima? Prima, quando volevo ridere, piangevo e quando adesso voglio piangere, rido incontrollabilmente e lacrime di gioia bagnano il mio viso: mi sono reso conto che è GESÙ, con il suo infinito amore, che è penetrato in me.
GESU' dell'anima mia, in ginocchio e guardando fisso il tuo cielo azzurro, ...che ogni mattina benedica le acque di questo Lago e che il tuo amore si manifesti in ogni ora, in ogni minuto, in ogni giorno, per questa grande famiglia che ti abita.
Con un bacio ed una preghiera rimango da questo momento unito a questa grande opera d'amore e di Fede in Te.

Dott. Angel Manuel V.
(Docente Universitario di Ortopedia)
(Florida) U.S.A.

 

 

Febbraio 1989

Leo Amici, dopo il fronte, tante volte è tornato a Rimini; ci saremo frequentati per una ventina d'anni.
A volte gli dicevo: "Vieni con me, ti porto io" ma lui: "Vado da solo, non so dove mi fermo, dove vado!". Era tanto buono! Anche troppo!
Quando si pescava, a volte Osvaldo aveva freddo e lui si levava la giacca: "Tieni, prendi Osvaldo, metti su". Delle volte veniva a portare i biscotti, ci diceva: "Tenete, mangiate, mangiate ... Gli dicevo: "Non ti vedo mai, sei sempre in giro" e lui: "Sapessi quanta strada faccio io!". "Ma dove vai?", gli chiedevo, "Dove vado ho gli amici, sai che ho amici dappertutto? Non spendo niente dove vado; dove vado tutti mi vorrebbero". Ed io: "Sarai un missionario, ti pagheranno i preti", si arrabbiava!: "No, ma guarda che roba, ti dico di no!"
Aveva sempre un sorriso! Sempre! Parlava calmo, a volte le ripeto a mia moglie le parole buone che ho imparato da lui. Faceva anche molta carità; aiutava molta gente. A volte diceva "Se tu fai una cosa fatta bene, vedrai che il giorno che la fai ti ritrovi molto tranquillo. Se un giorno magari fai una cosa che non dovevi fare, ti senti male. Io quando dò anche dieci lire ad un poveretto, mi sembra di essere un signore". Affermava: "Quando siamo morti non è tutto finito!". Rispondevo io: "Quando siamo morti ti buttano due metri di terra sopra!". "Tu ti sbagli", mi diceva: "C'è Qualcuno, ricordatelo, se fai del male, un domani te lo ritroverai". "Vedi Mario, siamo in questo mondo, c'è tanta gente che spreca, tanta che soffre, non è giusto, bisognerebbe tutti adattarsi, adoperarsi per quello che uno può, fare qualcosa in meno per noi per darlo, e invece vedi come va il mondo!".
Una volta mi ricordo, è tornato dall'America e disse: "Sono poveretto come un cane, non ho neanche un soldo". "Sei andato in giro con qualcuno là?!..." "Non dirlo neanche per scherzo! C'era un poveretto che aveva bisogno ... ho cercato di aiutare gente..." Gli dicevo:"Bravo minchione! Ma non ti fermi mai...?" "Guarda Mario, te lo assicuro, la prossima volta che vengo a Rimini ho in mente di fare una cosa grande, ma non te la posso dire, vedrai che dopo rimango molto tempo". Mi viene in mente, che mi diceva che gli erano morti i genitori, allora aveva molti vestiti, molta roba, ma buona, gli dicevo: "L'hai tenuta per te!". "No, l'ho regalata! Avevo una casettina che i miei non hanno mai adoperato... La volevo regalare al parroco". "Allora sei con i preti"! gli dicevo "No, non la volevo solo regalare... perchè lì vorrei fare una piccola cappellina per riunire la gente..." A volte mi parlava della sua città, gli dicevo: "Come mai non ti piace stare lì?" "No, non è che non mi piace... star fermo in un posto, anche se ci sono nato, non ci sto... bisogna che abbia uno scopo per rimanerci fisso in un posto, se c'è uno scopo non rimango fisso!!". Quando non tornò più, Osvaldo mi diceva "Mario, hai saputo niente di Leo? L'hai più visto?" "L'ho visto dodici o tredici anni fa, ha detto che viene a Rimini, che dopo starà molto tempo... che lui farà qualcosa di grande..." " Ah; ma lui sai com'è, le sue cose non le dice... prima le vuol fare poi le dice... !" "Eh, lo so! chissà cosa farà?! Quando viene lo vedremo, no?..."

Mario F.
(Pensionato Rimini)

 

 

Marzo 1988

Conobbi il maestro nel Novembre 1981, arrivò in Africa ed io, appena lo vidi, pensai: "Ma è un europeo come tanti altri!". Mi venne incontro per salutarmi e notai subito che in lui non c'era arroganza e superiorità, ma umiltà, rispetto e nobiltà. Non era un comune europeo! Aiutò tutti, anche finanziariamente, ma la cosa più importante fu il suo amore, la sua comprensione, cosa in netto contrasto con il comportamento umiliante degli europei verso noi africani.
Lo accompagnai in molte, tribù, internamente nella giungla, dove lasciò una traccia unica che la gente del posto non dimenticherà mai. Quando lui ripartì per l'Italia, mi disse che contava su di me, sulla mia responsabilità di seguire ed aiutare le persone.

Peter L. M.
(Preside in Kenya)

 

 

Luglio 1988

Sono una ragazza di vent'anni del Kenya, della provincia costiera, distretto di Kwale vicino dove vive Peter. Attraverso Peter, il suo modo di sentire e vivere la vita, noi ci sentiamo di essere col maestro tutti i giorni. Il problema è che noi abitiamo lontani l'uno dall'altro, e normalmente ci incontriamo dal fratello Peter una volta al mese per parlare della casa che stiamo costruendo e dei progressi della missione nelle nostre diverse zone di appartenenza. È mia speranza che noi saremo più uniti quando la casa che stiamo costruendo sarà finita.

Mwanatum K. H.
(Kenya)

 

 

Luglio 1988

Un giorno, dopo il lavoro, ho incontrato Peter L. Conosceva i miei problemi perchè siamo cresciuti insieme e lavoriamo insieme. Lui mi parlò del maestro. Da quel giorno i miei problemi cominciarono a scomparire uno ad uno e al loro posto mi riempii d'amore, di pace mentale, di gioia di vivere e di fiducia nella vita.
Al momento abbiamo anche un gruppo di persone con cui stiamo insieme, che erano senza speranza nella vita, dediti all'alcool e alle droghe. Essi sono già cambiati. Ora hanno fiducia in sé stessi.

Hasborn K.
(Kenya)

 

 

Aprile 1989

La facoltà di medicina mi aveva già inculcato un notevole senso pratico ed una predisposizione all'analisi scientifica, quando conobbi Leo Amici. Del mio stesso corso e di altre facoltà lo conobbero in molti a Padova e ciò che mi attraeva nel personaggio era la disponibilità al colloquio, dal quale scaturivano ogni volta dibattiti interessanti sugli argomenti dei nostri studi. Ciò ci arricchiva non solo umanamente, ma anche perché apprendevo da lui notizie scientifiche che col tempo avrei potuto sperimentare. La mia sete di conoscere e sapere non si esaurì nemmeno con la laurea, proseguii con la specializzazione d'igiene preventiva, quindi decisi di frequentare la casa di Leo Amici. Scoprii così, non solo l'amorevolezza del personaggio, che mi aiutò a risolvere problemi inevitabili ad un giovane, ma anche il suo esempio di vita che per me fu determinante. Al di là del mio sincero affetto per il maestro, delle sue risposte scientifiche e dei risultati positivi che la sua figura sa ancora trasmettere, anche chi non lo ha conosciuto, resta comunque la sua opera, non solo nelle testimonianze come la mia, ma anche nelle strutture che continuano a svilupparsi e che troveranno sempre all'opera chi, come me, dal maestro ha imparato a "dare" e cerca di aiutarlo ogni giorno.

Francesco G.
(Medico)

 

 

Novembre 1985

Che storia è? Conosco gente che è dieci anni che si fa le pere. Alcuni li incontro in piazza, altri in giro, sono cambiati, non si bucano più, sembrano più belli, rinati, pieni di vita: sono stati al PODERE, questa è la loro risposta.
Discendo la stradina verso il Lago, poi verso la casa, arrivo in mezzo a tanti giovani in semicerchio sotto al balconcino: sopra, un vecchio signore con il berretto da mosconaio che mi chiama per nome, salutandomi. Mi chiede se voglio uscire dal fango della roba. Mi sgrullo di dosso la tensione tutti facendoli ridere con una battuta volgare. Il signore si ritira poco dopo.
Decido di restare. Ma io sono intossicato. Mi sale la paura dell'astinenza. La schiena, lo stomaco la pelle mi si ritrae dai brividi di freddo. Il caffè non fa dormire: fa male. Il vino indebolisce la volontà di vincere questa lotta: resisto non ci penso più. Mi distraggo a ping-pong o a calcetto. Ho ancora qualche pillola in tasca ma prenderla mi sembra una debolezza, prolungherei la mia agonia. Tiro diritto fino a sera.
La gente fa largo all'uomo con il berretto da mosconaio. Qualcuno mi consiglia di fargli alcune domande. Non è mio carattere. La cosa è anormale. Ho pensato ad una psicoterapia di gruppo, ma decade il tutto poco dopo. Un signore di una certa età rompe il cerchio dall'esterno, si avvicina a lui lo stringe, lo abbraccia, si porta le sue mani sulla faccia e piange. Allora è un guaritore, è lui che fa i massaggi, un pranoterapeuta, ma decade anche questo. Gli pongono domande, che seduto, che da vicino a bassa voce. Non mi sembrano così scemi da sembrare fanatici. Ci sono biologi, dottori, ingegneri, studenti, operai, drogati. La droga! Mi sono dimenticato che sto male. Il mio cervello viaggia come non mai. Come non posso stare male? Mi avranno drogato a pranzo! Decade anche questo. Parte di me è restata in piazza, il resto è qui con il mio corpo, è questa parte che devo utilizzare. Mi dicono che della vita già trascorsa non devo dimenticare nulla, che imparerò a distinguere ciò che era bene da ciò che era male. Ciò che era bene voglio mantenerlo, il resto mi serve per non sbagliare ancora.
Parliamo fino a tardi. Poi stanchissimi decido per il letto, molto caldo e morbido. Lascio le pilloline nei pantaloni sulla sedia, la mia testa ronza e mi fa male, non ne posso più. Ho lasciato la porta della camera aperta, non ho voglia di chiuderla. Mi lascio andare con un braccio disteso lungo la parte vuota del letto. L'ultimo pensiero è per lei.
Sono in ballo anche per lei: Buonanotte vita.

Ettore
(dal 1985 libero dalla droga)

 

 

Novembre 1985

Mi accorsi che in fondo non avevo stretto niente di concreto e l'unica cosa che avevo conosciuto era la falsità. Non avevo niente da perdere e cominciai a drogarmi; i primi spinelli, i primi "sniffi" ed infine i primi buchi. Tutti volevano e nessuno a me dava.
Era il 4 Maggio '85, quando vidi la prima volta Leo Amici. Non essendoci posto al lago, i ragazzi che frequentavano Leo Amici, alternandosi, mi ospitarono a casa loro per cinque mesi. Lui, Leo Amici, mi trattò con tanta delicatezza, come il più prezioso, il più delicato dei fiori di questa terra. Fu come un padre per me, attento ad ogni passo, pronto a darmi consiglio qualora glielo avessi chiesto, spronarmi nei momenti più difficili, di modo che i miei problemi non diventassero mai problemi.
Il maestro mi disse che ero libera, non riuscivo a capire cosa volesse dire con quel: "Ora sei libera!"
Mi si presentò più di un'occasione per potermi bucare nuovamente e fu proprio in quella circostanza che mi resi veramente conto cosa significasse essere libera.

Marina
(dal 1985 libera dalla droga)

 

 

Giugno 1988

Mi dissero che era un avvenimento inusuale che Leo Amici contattasse un giornalista; eppure, con me, fu diverso. Mi si sedette accanto, rispondendo,pacatamente, alle mie domande: senza enfasi, con modestia. Non certo un tipo da cattedra, che sputa sentenze. Era l'uomo semplice, che parlava di Dio, dell'amore per l'umanità, della speranza. Lui non poteva certo sapere in quali condizioni fossi, accennai al mio problema, dicendogli che, l'indomani, dovevo partire per Milano e proseguire per Lione, dove era stata fissata una visita di un ortopedico a livello internazionale. Mi guardò a lungo, con i suoi occhi a punta di spillo, con semplicità, pronunciò questa frase: "Lei è bella dentro, come è bella fuori... io penserò a lei". Ebbene andai a Lione: visita congiunta dell'ortopedico, di un chirurgo, di un radiologo. Diagnosi: "Lei non camminerà più se non si farà applicare una protesi, perché la cartilagine è corrosa". Chiesi loro se la guarigione sarebbe stata assicurata. "No, al cento per cento" - risposero. E allora ribattei, abbastanza seccata: "Professore se la metta lei la protesi..."e scoraggiata, ritornai a Rimini. A Leo Amici, lo confesso non pensai più. Il mio compito di cronista alla ricerca della verità era esaurito. Improvvisamente, col trascorrere dei mesi, mi accorsi che l'arto non mi doleva più, la febbriciattola quotidiana era scomparsa. Si, insomma, stavo riprendendo a camminare normalmente, quando, tempo addietro, per me era un'impresa scendere un solo gradino. Fu proprio manovrando per caso il registratore, che captai nuovamente la voce di Amici e quella frase: "Io penserò a lei...".

Marian U.
(Giornalista)

 

 

Agosto 1987

Anche io conobbi il signor Leo Amici nel 1977. All'inizio mi sembrò una persona come le altre, poi con l'andare del tempo (passarono ancora tre lunghi anni) incominciai ad aprire gli occhi, ho incominciato a camminare piano piano nella strada che Leo Amici mi indicava.
Ora mi ritrovo una bella famiglia, grazie alle sue espressioni e alla sua grande persona che hanno dato un tocco, una svolta alla mia vita. Una svolta verso Dio, verso la meta di una realtà molto grande per cui la sofferenza viene superata. Vado avanti nella mia strada da buon soldato con la certezza di un buon domani.

Mario F.
(Fabbro)

 

 

Maggio 1987

L'ho conosciuto nell'ultimo mese del '54, o all'inizio del '55, non posso essere esatta nella data. Leo Amici me lo presentò un carissimo amico a Piazza Colonna, vicino al bar di via Antonina. Mi diede la mano dicendo: "Signora, lei sorride, ma i suoi occhi sono tristi". Gli raccontai che avevo avuto un bambino che appena nato era stato operato, che ancora stava male e quindi non potevo essere molto allegra. Non so come aveva fatto a notare questa mia tristezza interna, perché la camuffavo molto bene. Lui continuò: "Signora non sono finiti qui i suoi guai, adesso cosa ha?" "Ora gli hanno riscontrato l'asma". E lui: "Allora senta, facciamo una cosa, quando viene Giugno lo porti due mesi al mare, gli dia da bere un decotto a digiuno e la sera gli dia un succo di mela tiepido verso le cinque e mezza, le sei". Io lo ringraziai: "Signora faccia questo, e per l'asma lo porti adesso che è piccolo a respirare alla mattina presto e non lo tenga fuori quando c'è il sole". Rimasi un pò titubante ma c'era qualcosa in me che mi diceva: fai questo. Cominciai a dargli questo decotto alla mattina, mi sembrava assurdo, ma dentro di me c'era forza che mi spingeva a farlo. Il bambino per un periodo non ebbe più l'asma, lo portammo al mare e non ebbe mai attacchi d'asma, anzi era sempre in spiaggia dalla mattina presto al tramonto. Si guarì dall'asma.
Ero a Roma in via del Corso e lui passò con due, tre persone, perché non l'ho mai incontrato da solo. Mi chiese se volevo andare con loro al bar, ma dovevo rientrare in ufficio. Era sempre molto allegro, aveva piacere nel vedermi, mi chiese come stava il bambino. Gli risposi che l'asma era passata e lui: "Vede che il mare fa bene?"
Mi sembrava, anche se lo avevo visto solo due volte, di conoscerlo tanto, tanto, tanto. Era una di quelle persone che quando s'incontra si ha sempre un grande piacere di vederle. Io sto parlando in questo momento ma mi ritorna come se fosse cinque minuti fa, quel gran calore, la sua mano che stringe la mia, ho l'impressione che lui sia qui.

Lia C.
(Impiegata)