LEO AMICI
Un sogno da realizzare

Ormai sapevamo molto su ciò che inizialmente era sembrato un sogno: un piccolo paese tutto da costruire e dedicato alla pace, all’amore e alla fratellanza.

Piccolo Paese fuori dal Mondo

Da Civitavecchia, dove abitava, Leo Amici raggiungeva spesso Cattolica, dove noi lo attendevamo. Ormai sapevamo molto su ciò che inizialmente era sembrato un sogno: un piccolo paese tutto da costruire e dedicato alla pace, all’amore e alla fratellanza che, grazie a lui, erano entrati nei nostri cuori e nelle nostre menti. Fino a quel momento egli aveva soccorso e confortato gli ammalati e progettò quindi una clinica; aveva sostenuto gli anziani e progettò perciò anche una casa di riposo; si era occupato dei bambini abbandonati e disegnò una casa famiglia; si era preso in animo la cura e la prevenzione dei giovani e pensò al teatro ed al centro sportivo per l’animazione e la loro socializzazione. Definì questo suo progetto “Piccolo Paese fuori dal Mondo”. Il piccolo podere di 20 ettari a Monte Colombo (RN) con al centro un laghetto a forma di cuore, acquistato con una colletta nel 1982, sarebbe, di lì a poco, diventato l’ultima tappa dove rendere concreto ciò che sembrava impossibile. Il presidente del Tribunale di Rimini di allora gli disse che, per le leggi vigenti, non c’erano strumenti giuridici idonei per il suo progetto e così fu costretto, suo malgrado, a costituire, accanto all’Associazione umanitaria Dare, una società a responsabilità limitata in antitesi con il suo concetto all’avanguardia di no profit, ma ripeteva continuamente: “Un giorno, quando sarà possibile per legge, si dovrà trasformare tutto in Fondazione”.
Il lago, devastato da un canneto, aveva l’aspetto di una palude. Centonovanta milioni urono il prezzo di quella valle dove sarebbe continuata l’opera di Leo Amici.
Iniziò una grande gara di solidarietà e di fratellanza. Eravamo centinaia e contribuivamo con i nostri risparmi, ma soprattutto con il nostro lavoro, a tracciare le prime strade, i drenaggi, le coltivazioni, le fondamenta del progetto. Il primo ad arrivare, al mattino presto, era proprio il Maestro accompagnato da Maria, Daniela, Federica e Carlo. Si poteva mangiare sotto il porticato semidiroccato dell’unico casale esistente. Il pranzo veniva portato già cucinato da Cattolica perché al podere non c’erano né acqua, né gas, né tantomeno luce elettrica. Il primo lavoro urgente fu la trebbiatura ed il ricavato della vendita del grano e dell’orzo ci sembrò un piccolo tesoro da investire in mattoni, trattore, attrezzi per la campagna, ruspe per gli scavi: i primi grossi acquisti, insomma. Si andava tutte le mattine a Taverna a prendere acqua dalla fontana della piazza riempendo le taniche che ci servivano per il fabbisogno. Leo Amici andò presto nelle case del Sindaco e dei suoi collaboratori e, quando venne il Parroco Don Romano, gli disse che dal cancello del Lago sarebbero entrate solo persone con Dio dentro e offrì uno spettacolo nella piazza della chiesa per la festa del paese. Giungevano persone da numerose città italiane ed anche all’estero: tutti coloro che avevano conosciuto Leo Amici volevano partecipare. Le rive del lago si popolavano soprattutto di sabato e di domenica.
Fu la gente del posto, allora, a chiamarci “ragazzi del lago”; si fermava sulla strada prospiciente a guardare la trasformazione continua di quel fazzoletto di terra che sembrava fuori dal mondo. Il lavoro di costruzione iniziò dalle fondamenta di un capannone che ci avrebbe alloggiato per il pranzo e per i momenti d’incontro. Ripulendo il podere, scoprimmo un’altra piccolissima costruzione: un ex porcile che i vecchi proprietari non usavano più forse da vent’anni. Fu quasi una sorpresa, lo trasformammo subito in una modesta abitazione che, in mezzo a tanto fango, ci sembrò una reggia. Insistemmo perché Leo Amici andasse ad abitarvi. Demolimmo, per poi ricostruirla, la vecchia casa e, non appena questa fu pronta ad accoglierci, lasciammo il piccolo ed angusto capannone. Di sera, dopo una giornata di lavoro, ci incontravamo attorno al fuoco. Il più allegro era sempre lui, eppure, durante il giorno, aveva dato più di ognuno di noi.
Walter si prodigava nei progetti e nell’organizzazione di una squadra per il cantiere sempre più numerosa: giovani professionisti si toglievano la cravatta per la tuta e si lavorava anche di notte. Pioggia, gelo o neve non fermavano certo l’entusiasmo che non finiva mai.
Ogni fine settimana un gruppo di giovani proveniente da Zurigo oltrepassava l’ingresso e iniziava immediatamente a lavorare, puntuale come sempre. Non erano i soli però;
anche i giovani e famiglie provenienti da altre parti del mondo, che avevano conosciuto Leo Amici nei suoi viaggi e nelle riunioni a porte aperte, raggiungevano il podere per dare il loro contributo.
Fu necessario, quando riuscimmo a portare acqua, gas e luce, organizzare una cucina per evitare spostamenti e quindi inutili perdite di tempo. Alcune signore si proposero per turni continui.
Interi nuclei familiari si trasferirono, da città lontane, nel comune di Monte Colombo per essere più vicini e quindi più utili alla realizzazione. Parallelamente ai piani delle costruzioni che salivano velocemente, al sorgere del primo teatro tenda, alla costruzione del bar, iniziarono ad apparire le prime chitarre, le prime canzoni dedicate al maestro, le prime piccole formule di spettacolo organizzato e le prime specializzazioni nei vari settori lavorativi. L’educazione alla vita di Leo Amici, vissuta nella fede, ci rendeva forti nei confronti dei pericoli della società, soprattutto i più giovani. Tutto ciò che si svolgeva al podere aiutava anche le famiglie più disunite. Riportò l’armonia in famiglie sfasciate affinché accogliessero degnamente i loro figli ed insieme divenissero una famiglia cristiana ed un approdo anche per altri giovani o bambini in difficoltà.
Non diede ideali, ma spiegazioni, risposte, stimoli, amore, verità.